Il caso del gioielliere di Grinzane Cavour: una riflessione psicologica

Negli ultimi giorni è tornata al centro dell’attenzione la vicenda del gioielliere di Grinzane Cavour. Durante una rapina nel suo negozio, l’uomo esplose alcuni colpi di pistola contro i rapinatori mentre questi stavano lasciando il luogo della rapina. Due morirono e un terzo rimase ferito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna già pronunciata nei precedenti gradi di giudizio. La decisione comprende anche il risarcimento ai familiari dei due rapinatori deceduti. La notizia ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Molti hanno provato empatia per il gioielliere. Altri hanno posto l’attenzione sulle conseguenze delle sue azioni. C’è chi ha accolto la sentenza come una normale applicazione della legge e chi, invece, l’ha vissuta come una profonda ingiustizia.

Da psicologo, credo che la parte più interessante non sia stabilire chi abbia ragione. Mi incuriosisce di più capire cosa succede nella mente delle persone coinvolte. E anche nella nostra, mentre osserviamo questa vicenda. La domanda che ricorre più spesso è una.

Perché ha sparato?

La risposta, probabilmente, la conosce solo lui. Noi possiamo fare una riflessione generale su come funziona il cervello quando una persona vive una situazione percepita come estremamente pericolosa. Quando ci sentiamo in grave pericolo, il nostro organismo cambia rapidamente.
Il battito accelera.
La respirazione diventa diversa.
I muscoli si preparano ad agire.
L’attenzione si concentra quasi esclusivamente su ciò che viene percepito come una minaccia.
È un sistema che l’essere umano possiede da sempre. Serve ad aumentare le probabilità di sopravvivenza.
Questo, però, non significa che tutti reagiscono nello stesso modo.
C’è chi rimane immobile.
Chi fugge.
Chi urla.
Chi prova a trattare.
Chi reagisce immediatamente.
Ogni persona porta con sé una storia diversa. Le esperienze vissute, il carattere, il modo di affrontare lo stress e il significato attribuito a ciò che sta accadendo possono influenzare profondamente il comportamento.
Esiste poi un aspetto che spesso dimentichiamo.
Il cervello non passa dall’allarme alla calma con un semplice interruttore.
Anche quando, dall’esterno, il pericolo sembra essersi concluso, il corpo può continuare a funzionare come se fosse ancora presente. L’attivazione può impiegare tempo prima di diminuire. Questo non significa che sia accaduto in questo caso. E nemmeno che accada sempre. Significa soltanto che il comportamento umano, nei momenti di forte stress, è molto meno lineare di quanto immaginiamo.
Ma questa storia racconta qualcosa anche di noi. Molte persone si sono immedesimate nel gioielliere. Hanno immaginato il proprio negozio. La propria famiglia. La paura di trovarsi improvvisamente davanti a persone armate.
È un processo psicologico normale.

Quando una situazione ci colpisce profondamente, il cervello tende a metterci nei panni di chi la vive. È lo stesso meccanismo che ci fa emozionare durante un film. Solo che qui sappiamo che non è una sceneggiatura. Più ci identifichiamo con una persona, più sentiamo come nostre le sue emozioni. E questo aiuta a capire perché molti abbiano vissuto con particolare difficoltà la notizia del risarcimento ai familiari dei rapinatori. Per tante persone quella decisione è stata percepita come una seconda ferita. Prima la rapina. Poi quella che, sul piano emotivo, è stata vissuta come una beffa. È importante sottolineare una cosa. Sto parlando della percezione delle persone, non del significato giuridico della decisione.

Le emozioni seguono logiche diverse rispetto al diritto.

Quando proviamo un forte senso di ingiustizia, il cervello cerca spontaneamente qualcuno a cui attribuire quella sensazione. Ed è probabilmente anche per questo che molte critiche si sono concentrate sui giudici. Eppure vale la pena fermarsi un momento. I giudici non decidono, normalmente, sulla base delle proprie convinzioni personali. Il loro compito è applicare la legge ai fatti accertati nel processo. Se una decisione viene percepita come ingiusta, è comprensibile che susciti rabbia e frustrazione. Ma è utile distinguere chi applica una norma da chi quella norma la scrive.
Anche questo è un meccanismo della mente. Quando siamo emotivamente coinvolti, tendiamo a semplificare situazioni molto complesse. Cerchiamo un responsabile. Cerchiamo una spiegazione semplice. È un modo con cui il cervello prova a dare ordine a qualcosa che ci mette a disagio.

Forse, allora, la domanda più interessante non è:

“Io avrei fatto la stessa cosa?”
Perché la risposta nasce da una condizione molto diversa. La diamo seduti sul divano, con il tempo per riflettere, analizzare e immaginare alternative. Chi vive un evento critico dispone di pochi secondi. E una mente che, in quei secondi, potrebbe funzionare in modo molto diverso rispetto alla normalità.

La psicologia non serve a dire chi abbia ragione. Serve a ricordarci che i comportamenti umani, soprattutto quando sono attraversati dalla paura, sono quasi sempre più complessi dei giudizi immediati che formuliamo.