La vicenda di Abderrahim Fakir ha colpito profondamente l’opinione pubblica. L’uomo è morto a Bologna durante un intervento della polizia. Era stato immobilizzato e ammanettato. In poche ore hanno iniziato a circolare immagini, commenti e ricostruzioni. Poco dopo è stata organizzata una manifestazione per chiedere verità e giustizia. Una parte del corteo è poi degenerata in scontri con le forze dell’ordine. Le indagini, però, sono ancora in corso. La Procura ha precisato che il video diffuso rappresenta soltanto una parte dell’intera vicenda. Per ricostruire ciò che è realmente accaduto serviranno tutti gli elementi disponibili. Le testimonianze. Le registrazioni complete. Gli accertamenti medico-legali. Le consulenze tecniche.
Nonostante questo, molte persone hanno preso posizione quasi immediatamente. Alcuni hanno espresso piena solidarietà alla vittima e alla sua famiglia. Altri hanno difeso l’operato della polizia. È una dinamica che osserviamo spesso. Succede ogni volta che un evento drammatico lascia più domande che risposte. Da psicologo, ciò che colpisce non è tanto la posizione che le persone assumono, quanto la velocità con cui la assumono. Bastano poche informazioni, alcune immagini e pochi dettagli perché si formino convinzioni molto forti. È un fenomeno che non riguarda solo questo caso. Fa parte del modo in cui le persone cercano di dare un significato agli eventi che suscitano emozioni intense.
Il bisogno di dare un senso a ciò che accade
Quando ci troviamo davanti a una vicenda drammatica, il dubbio pesa. Restare nell’incertezza è faticoso. Per questo molte persone iniziano quasi subito a costruire una spiegazione. È un modo per rendere l’evento più comprensibile e meno caotico. In situazioni come questa, però, le informazioni arrivano poco alla volta. Le immagini precedono gli accertamenti. I commenti arrivano prima delle conclusioni degli investigatori. Nel frattempo, ciascuno cerca di mettere insieme i pezzi che ha a disposizione. È un processo naturale. Non sempre, però, conduce a una ricostruzione fedele dei fatti. Anche le esperienze passate hanno il loro peso. Quando una vicenda ricorda episodi già conosciuti attraverso i media, il confronto nasce quasi spontaneamente. È un modo con cui le persone cercano di orientarsi. Ogni storia, però, ha caratteristiche proprie. Un precedente può spiegare una reazione emotiva o una maggiore diffidenza. Non può dimostrare che due vicende siano uguali.
L’identificazione con chi appare più vulnerabile
Quando una persona perde la vita, la reazione emotiva è inevitabile. Chi è morto non può raccontare la propria versione. Non può spiegare cosa abbia vissuto. Questo porta molte persone a identificarsi spontaneamente con la vittima e con la sua famiglia. È una forma di empatia del tutto comprensibile. La sofferenza richiama attenzione. Il dolore genera partecipazione. Allo stesso tempo, la polizia viene percepita come l’istituzione che rappresenta l’autorità e il potere. Questa differenza influenza il modo in cui molti interpretano ciò che è accaduto.
Provare vicinanza verso una vittima, tuttavia, non significa stabilire automaticamente delle responsabilità. Si può chiedere che venga fatta piena luce sui fatti senza anticipare le conclusioni dell’indagine. L’empatia e il rigore nell’accertamento della verità non sono in contrasto. Possono convivere.
Il peso della memoria collettiva
Nessuno legge una notizia partendo da una pagina bianca. Tutti interpretiamo il presente anche attraverso ciò che ricordiamo. In Italia alcuni casi hanno segnato profondamente l’opinione pubblica. Le vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini sono entrate nella memoria collettiva. È quindi naturale che, davanti a una nuova morte avvenuta durante un intervento delle forze dell’ordine, quei ricordi riaffiorino. Dal punto di vista psicologico, questo collegamento è comprensibile. Le persone cercano riferimenti che rendano il presente più interpretabile. Tuttavia, ogni caso mantiene la propria specificità. Le analogie possono aiutare a comprendere il contesto. Non possono sostituire le prove raccolte dagli investigatori né anticipare gli esiti della magistratura.
Lo stesso meccanismo si osserva anche in situazioni molto diverse. Nel caso del gioielliere Mario Roggero, ad esempio, molte persone si sono identificate con chi aveva subito una rapina. Dopo la sentenza definitiva, una parte dell’opinione pubblica ha rivolto la propria rabbia verso la magistratura. Cambiano i protagonisti. Il funzionamento psicologico, invece, rimane molto simile. Le persone tendono a schierarsi con chi percepiscono come più vicino alla propria esperienza.
Il tempo delle emozioni e il tempo della giustizia
I social media amplificano ulteriormente questi processi. Un video viene condiviso in pochi minuti. Un commento può raggiungere migliaia di persone nel giro di poche ore. Le emozioni viaggiano molto più velocemente degli accertamenti. La giustizia, invece, segue tempi diversi. Deve raccogliere prove. Deve verificare ogni elemento. Deve confrontare versioni differenti prima di arrivare a conclusioni. Questo tempo può sembrare eccessivo a chi vive la vicenda con partecipazione emotiva. Eppure è proprio questa lentezza che tutela la ricerca della verità. Dal punto di vista psicologico, il problema non è provare rabbia, dolore o indignazione. Queste emozioni sono umane. Il rischio nasce quando l’emozione si trasforma immediatamente in una certezza. Si può chiedere verità per Abderrahim Fakir. Si può pretendere un’indagine rigorosa e trasparente. Allo stesso tempo, è possibile riconoscere che la ricostruzione dei fatti richiede tempo e che le responsabilità possono essere accertate solo attraverso un’indagine completa.
In fondo, la sfida più difficile è proprio questa: riuscire a mantenere viva l’empatia senza rinunciare alla prudenza. Perché il bisogno di capire è naturale. Ma la ricerca della verità richiede sempre qualcosa in più del primo impulso emotivo.


