Due casi diversi, lo stesso epilogo. Senza diagnosi né facili spiegazioni, una lettura psicologica di possesso, disperazione e solitudine, fino a una domanda che raramente trova spazio nella cronaca: quale ruolo possono avere la fede e la ricerca di un senso quando tutto sembra perduto?
Ci sono fatti di cronaca davanti ai quali la domanda “perché?” arriva quasi automaticamente. È accaduto in queste ore per due tragedie molto diverse. A Firenze, secondo le prime ricostruzioni investigative, Lorena Isceri è stata rapita dall’ex compagno Federico Vella, dopo che lei aveva interrotto la relazione; la donna è riuscita a chiamare il 112, ma l’uomo l’ha uccisa e subito dopo si è tolto la vita. Gli investigatori stanno ricostruendo una condotta che appare pianificata e preceduta dall’incapacità dell’uomo di accettare la fine della relazione. A Finale Ligure lo scenario è differente: Daniele Baruzzo avrebbe ucciso la moglie Paola Siri e il figlio quattordicenne Mattia, per poi suicidarsi. È stato trovato anche un biglietto, mentre dalle testimonianze raccolte emergono difficoltà familiari e anni impegnativi nell’assistenza ai genitori anziani. Due storie lontane tra loro, dunque, accomunate soltanto dall’epilogo. Ed è proprio qui che occorre fermarsi: somigliarsi nella conclusione non significa avere la stessa origine psicologica.
Il punto in cui l’altro smette di essere “altro”
Uno psicologo che osserva questi fatti dall’esterno dovrebbe resistere alla tentazione della diagnosi postuma. Non abbiamo colloqui clinici, anamnesi, test, osservazioni dirette. Possiamo però ragionare sui processi umani che talvolta accompagnano la violenza estrema. Nel caso di Firenze colpisce soprattutto un elemento: la separazione. Una relazione può terminare per uno dei due e continuare, nella mente dell’altro, come qualcosa che gli appartiene ancora. Il rifiuto diventa allora intollerabile non semplicemente perché provoca dolore, ma perché viene vissuto come perdita di identità, umiliazione, abbandono o sottrazione di qualcosa percepito come proprio. È importante dirlo senza equivoci: soffrire per amore non conduce normalmente alla violenza. Milioni di persone attraversano separazioni devastanti senza fare del male a nessuno. Il passaggio decisivo avviene quando la libertà dell’altro non viene più riconosciuta. “Se non sei con me” può trasformarsi, in una logica deformata, in “non puoi essere senza di me”. A quel punto non siamo più nel territorio dell’amore romantico, ma in quello del possesso. I messaggi pubblicati dall’uomo prima dei fatti acquistano oggi un significato inquietante, ma sarebbe scorretto sostenere che una frase disperata permetta, da sola, di prevedere un omicidio.
Quando la famiglia diventa un unico destino
Finale Ligure pone domande differenti. Qui non c’è, almeno sulla base delle informazioni disponibili oggi, la dinamica della donna che lascia il partner. C’è un’intera famiglia trascinata nella decisione di una sola persona. È forse l’aspetto psicologicamente più difficile da comprendere: con quale distorsione del pensiero un individuo può arrivare a stabilire che la propria fine debba coincidere con quella delle persone che gli sono accanto? Parlare genericamente di “raptus” serve poco e rischia di trasformare qualcosa di complesso in una parola che non spiega nulla. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che il comportamento suicidario non deriva da un singolo avvenimento: entrano in gioco fattori psicologici, sociali, culturali, condizioni di salute e situazioni di forte stress. Nel caso ligure conosciamo alcuni frammenti biografici, comprese precedenti fatiche familiari, ma non sappiamo quale peso abbiano avuto nella tragedia. Soprattutto, una cosa deve rimanere chiara: togliersi la vita e decidere di togliere quella degli altri non sono la stessa scelta. La sofferenza può aiutarci a comprendere il contesto di una persona; non trasforma mai le vittime in comparse della sua disperazione.
La solitudine che non sempre riusciamo a vedere
C’è poi una parola che attraversa entrambe le vicende, pur assumendo forme completamente differenti: solitudine. Non necessariamente quella di chi vive fisicamente solo. Esiste una solitudine affollata, vissuta dentro una coppia, una famiglia, un ufficio, una rete di amicizie. Dall’esterno continuiamo a vedere una persona che lavora, parla, pubblica fotografie, accompagna un figlio, fa la spesa. Dentro può essersi progressivamente ristretto l’orizzonte. È uno dei motivi per cui la prevenzione non può ridursi alla ricerca del “mostro” riconoscibile. Occorre invece imparare a prendere sul serio alcuni cambiamenti: isolamento crescente, disperazione dichiarata, convinzione che non esistano alternative, minacce, controllo ossessivo del partner, incapacità di accettare una separazione. Questo non significa trasformare amici e parenti in psicologi dilettanti. Significa creare una cultura nella quale chiedere aiuto prima che la crisi diventi ingestibile non venga percepito come una sconfitta. Anche parlare apertamente del suicidio con una persona in difficoltà non “mette idee in testa”: l’OMS sottolinea che parlarne può offrire alternative e tempo proprio quando la mente sembra non vederne più.
E se avessimo perso anche il senso del limite?
Rimane una questione più delicata, quasi espulsa dal dibattito contemporaneo: la dimensione spirituale. Sarebbe semplicistico, e anche ingiusto, affermare che queste tragedie accadano perché manca la fede. Non sappiamo nulla, in questi casi, della vita religiosa delle persone coinvolte e un non credente non è affatto condannato al nichilismo, così come essere credenti non immunizza dalla disperazione o dalla violenza. Eppure la domanda sul senso merita cittadinanza. La ricerca scientifica mostra un quadro interessante: religiosità, spiritualità e capacità di attribuire significato all’esistenza risultano spesso associate a una minore suicidalità, anche se gli studi non consentono di trasformare questa correlazione in una semplice relazione di causa ed effetto. Forse il punto, prima ancora della religione, riguarda ciò che ci trascende: fede per alcuni, responsabilità verso i figli, comunità, valori, legami, coscienza morale, percezione che la propria vita non sia un possesso assoluto da cancellare quando diventa insopportabile. Una fede autentica può offrire significato, appartenenza e speranza; non va prescritta come una medicina né utilizzata come spiegazione retroattiva di un delitto. Ma escludere per principio la dimensione spirituale dalla riflessione sull’essere umano sarebbe altrettanto riduttivo. Psicologia e spiritualità possono incontrarsi proprio qui: ricordandoci che, quando la mente restringe il mondo fino a far sembrare la morte l’unica uscita, abbiamo bisogno di qualcuno,una persona, una comunità, un professionista e, per chi crede, anche Dio,che ci restituisca l’esistenza di un’altra possibilità.


